La figura del clown non è certo nuova nel panorama horror: protagonisti indiscussi di molte pellicole, solitamente parecchio sanguinari e sadici e prevalentemente muti o di poche parole ma di tanti fatti. In questo film troviamo l’ennesimo pagliaccio a fare da filo conduttore alla storia (anzi sono due), ma non nella maniera in cui siamo abituati. Per chi lo conosce sa che De la Iglesia non è un regista convenzionale: la sua particolarità sta in quel tocco di grottesco e di humor nero che aggiunge immancabilmente alle sue opere, insieme all’odio evidente per il governo spagnolo e la classe borghese che esprime con enorme brutalità.

Durante la Guerra civile Spagnola Il Pagliaccio Triste, arruolato contro il suo volere dalla Milizia, finisce per commettere con un machete un massacro di soldati nazionalisti di Franco mentre ha ancora indosso il suo costume. Imprigionato tenta la fuga, aiutato dal figlio Javier, ma muore tragicamente, lasciando al figlio “l’eredità’ ” del Pagliaccio Triste.

Anni dopo ritroviamo Javier che cerca lavoro in un circo diretto dispoticamente da Sergio, il Pagliaccio Divertente, che in realtà è un uomo freddo e violento, che cercherà in tutti i modi di umiliare il nostro Pagliaccio Triste. A complicare la situazione ci sarà Natalia, la bella trapezista fidanzata con Sergio, di cui Javier si innamora.

Il titolo dell’opera fa riferimento alla vecchia ballata di Raphael, un artista specializzato in canzoni languide e sentimentali, ma il cui testo ha poco a che fare con quello che De la Iglesia vuole, cioè accompagnarci in un viaggio fatto di amore e odio, ma anche di vendetta e follia. La vicenda inizia come un film di guerra nel periodo della dittatura di Francisco Franco, per poi spostarsi sulla commedia grottesca, fino a sfociare nel dramma Shakespeariano, impreziosito dall’ambientazione circense, ricco di personaggi sopra le righe e caratterizzati perfettamente. Violenza e grottesco estremo si fonderanno in un turbine di pazzia, arrivando a sfociare nell’horror in molte scene disturbanti: un vero e proprio teatro sanguinario di freaks.

Il regista mette in scena questo dramma metaforico, accostando la repressione della dittatura alla repressione di un singolo individuo violento, mostrandoci come l’odio e l’oppressione possono corrompere le anime buone e gentili, simile a un virus che si insinua nell’anima e lo infetta fino a far scaturire la follia. La lotta del popolo contro il governo è incarnata perfettamente nella lotta tra i due clown per amore di una donna anch’ella divisa tra la purezza e il fascino del male. La fotografia è decisamente ottima, accompagnata da colori che virano sempre al grigio (nonostante l’ambiente circense sia noto per i colori esagerati e luminosi), accentuando il senso di sopraffazione e di un’esistenza senza slancio e libertà personale.

Un’idea senza dubbio azzardata e ambiziosa quella del regista, ma più che riuscita, capace di essere apprezzata su vari livelli e che lascia lo spettatore con un sorriso amaro dipinto sul volto, proprio come quello di un clown costretto a far ridere le persone.

“BECAUSE IF I WEREN’T A CLOWN,I’D BE A MURDERER”

 

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