Dopo innumerevoli pellicole destinate al cosiddetto “V cinema” (il mercato home video giapponese), il geniale Miike riesce finalmente a far parlare di se grazie allo stupefacente “Audition”, complesso thriller dove le apparenze sono in grado di innescare un meccanismo diabolico e perverso.

Un vedovo di mezz’età vive la sua triste esistenza in compagnia del figlio adolescente.
Egli, per cercare di dare una svolta alla sua vita solitaria, decide di mettersi alla ricerca di una nuova compagna allestendo un finto provino.
Con l’aiuto di un suo amico produttore, l’uomo avrà quindi modo di visionare un nutrito numero di ragazze di bell’aspetto, cercando di selezionare quella che più gli aggrada.
La sua scelta ricadrà su Asami, candida fanciulla con la quale inizierà una profonda e misteriosa fase di studio.

Tratto dal romanzo di Ryû Murakama, ” Audition” è sicuramente uno dei film più famosi del maestro Miike, capace in questo caso di allestire una storia intrisa di cinismo e glaciale climax.
Attraverso una scrittura semplice ma al contempo decisamente magnetica, il regista costruisce un’opera di grande interesse e notevole valenza visionaria, offrendo come di sua consuetudine dosi di rara cattiveria e ferocia.

Il ritmo appare blando e compassato per più di un’ora, permettendo al fruitore di scrutare il misterioso animo dei personaggi attraverso un’onnipresente cappa di inquietudine palpabile in ogni singola sequenza.
In tale contesto, il termometro emotivo e il quadro visivo mutano con fare lento e inesorabile assieme alla figura di Asumi (un’affascinante e bravissima Eihi Shiina), sorta di demone mangia uomini travestito da creatura celeste.
La tecnica del geniale cineasta giapponese appare quindi volontariamente in “stand by” per lunghi tratti, esplodendo in tutta la sua prepotente presenza solo verso la parte finale della pellicola, contraddistinta da un montaggio nervoso e inquadrature sghembe e particolarmente aggressive.

È un racconto messo in scena con tagliente freddezza quello di “Audition”, animato com’è da un oggettivo spirito di denuncia verso certo maschilismo tipicamente nipponico (l’attempato cinquantenne visiona le attrici quasi come se stesse guardano un catalogo di automobili).
La rivincita/sconfitta dei disadattati e degli incompresi (peculiarità di quasi tutto il cinema miikiano) e, ultimo ma non ultimo, il peso della solitudine che con la sua oscura e ineluttabile morale è in grado di produrre veri e propri mostri sono, in sintesi, le caratteristiche che agitano le acque torbide e agitate di questo magnifico lungometraggio.

“WORDS CREATE LIES. PAIN CAN BE TRUSTED”