Tra i primissimi gotici italiani vi è sicuramente “Il mulino delle donne di pietra”, diretto dal veterano Giorgio Ferroni in un periodo in cui molte delle coordinate del genere di cui sopra verranno sapientemente tracciate da “La maschera del demonio”, di Mario Bava.

Un giovane studente olandese si reca presso un imponente mulino di proprietà di Gregorius Wahl, rinomato scultore nonché insegnante d’arte.
L’ abitazione dell’uomo è però famosa per contenere una sorta di carillon gigante, quotidianamente soggetto a manutenzione ma, cosa più importante, composto da statue a grandezza naturale.
Desideroso di studiare più da vicino il particolare meccanismo, lo studioso si metterà quindi subito al lavoro; nonostante la sua abnegazione, egli dovrà però fare i conti con Elfi, la bellissima e misteriosa figlia di Wahl che, senza tanti complimenti, tenterà in ogni modo di sedurlo.
Dietro al comportamento della fanciulla si nasconde in realtà un terribile segreto che non tarderà a manifestarsi.

Distribuito nelle sale cinematografiche circa tre settimane dopo a “La maschera del demonio”, il lavoro di Ferroni si segnala sicuramente per una rilevante importanza storica, in quanto, oltre ad essere il primo horror italiano realizzato con l’ausilio del colore, ha in sé uno stile incredibilmente personale.
Al contrario delle future opere riconducibili al filone gotico, Ferroni sceglie di ambientare la vicenda nelle Fiandre (location alquanto inusuale per un film di questo genere), arricchendo di conseguenza l’intero quadro visivo con colori raffinati e autunnali.
Sotto quest’aspetto, la fotografia si rifà alla cosiddetta “arte fiamminga” (movimento pittorico tipico del Belgio e dei Paesi Bassi), in special modo nella cura maniacale di ogni singolo dettaglio (all’interno dell’affascinante mulino, ogni più piccolo particolare della mobilia viene inquadrato con ragguardevole cura), nei cromatismi tipici e negli effetti luce, penetranti ma mai eccessivamente cupi.

L’ occhio del regista, mediante l’utilizzo di notevoli tagli di inquadratura (non tanto dissimili da degli stupendi quadri pittorici) e fluide ed eleganti carrellate, si muove con grandissima disinvoltura nel cuore di una storia che, seppur ingenua, riesce ad intrattenere grazie ad una sceneggiatura sorprendentemente ritmata.
Nello specifico, l’inquietante nenia sprigionata dal mastodontico carillon accompagna difatti un pugno di personaggi, discretamente caratterizzati e interpretati (su tutti spiccano la stupenda Scilla Gabel – nella parte di Elfi -, e il tedesco Wolfgang Preiss in quella del subdolo dott. Bolhem) che interagiscono in un contesto dove arte, amore e morte sembrano danzare in perfetta armonia; le grottesche e bizzarre sculture di Wahl si ergono quasi a testimoni inermi di quelle che sono le indicibili verità che alimentano il mulino, sorta di bizzarro teatro dove anche il più piccolo degli anfratti trabocca malvagità.

Pur non disdegnando i tipici tòpoi che solitamente caratterizzano i prodotti del filone gotico (cimiteri, cancelli chiusi con pesantissime catene, tombe, visioni oniriche e, naturalmente, l’immancabile sibilo del vento), il lavoro in questione prova comunque a cucirsi addosso un abito su misura, rifuggendo di conseguenza da una possibile banalizzazione visiva che, oggettivamente parlando, non pare appartenergli.

La bellezza dell’arte, la ricerca di un amore impossibile e, ultima ma non ultima, la lotta contro l’ineluttabilitá della morte costituiscono le tessere principali de “Il mulino delle donne di pietra”, pellicola dotata di fascino proprio in virtù di una stupenda valenza estetica e di messa in scena.

LA SCHEDA DEL FILM
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